In nessun’altro luogo come in
Sicilia ho intuito e apprezzato il vero senso del viaggiare in bicicletta. Arrivando
in Sicilia in treno, in autobus o in autostop, infatti, i mezzi ti conducono
nelle stazioni, ti accompagnano presso amene località balneari, ti scortano fino
ai centri delle città che vale la pena visitare, corti dorate addobbate a festa
che accolgono il visitatore come un invitato di riguardo, con la gentilezza
cerimoniosa che spesso guarnisce l’ospitalità siciliana. Quello che c’è in
mezzo a queste oasi felici si vede passare dal finestrino come il montaggio di
un film surrealista, un guazzabuglio di immagini di cui non si sente l’odore e
che scivolano via dalla memoria perché non si attaccano ai sensi.
Attraversare la Sicilia in
bicicletta è invece innanzitutto un viaggio dei sensi e, inoltre, un’esplorazione
dell’anima: si resta frastornati dal caleidoscopio infinitamente variegato dei
suoi scorci, l’incanto delle baie e la desolazione delle campagne, la magnificenza
delle vestigia storiche e l’incuria delle periferie, la sontuosità della
pasticceria e l’eterogeneità dei mercati rionali; si arriva curiosi, pieni di
aspettative e desideri, e si parte cambiati, svuotati di molte certezze,
arricchiti dalla scoperta dell’avvincente spirito siciliano, che pur nell’incostanza
delle sue manifestazioni – tanto generoso, tragico, passionale, quanto schivo,
astratto, meditabondo – si fa riconoscere per un carattere distintivo, quello
che il Gattopardo definisce onirico, in quanto partecipa della stessa
iperbolica densità e della stessa arbitrarietà del sogno.

