La Puglia è senza dubbio il paradiso
dei ciclisti: grande abbondanza di pianure e altipiani; una viabilità
secondaria sviluppata, agevole e priva di traffico; il trasporto della bici sui
treni regionali è pure gratuito.
La Val d’Itria in particolare è percorribile
in tutta tranquillità attraverso mulattiere e stradine di servizio che
collegano le masserie, intersecando le campagne sterminate dove la terra rossa sboccia
come una ferita aperta tra le esangui slabbrature puntinate di licheni dei muretti
a secco.
In questo territorio, solo
all’apparenza piatto e uniforme, si sviluppa un immaginario complesso e
singolare riguardo all’ambiente, a cui danno voce i nomi delle località e i
termini geologici creati ad hoc per definire le particolarità morfologiche
delle murge: si parla di gravine, lame, puli e pulicchi.
Nei toponimi, nelle denominazioni
geologiche, nelle campagne sconfinate c’è ovunque una protagonista fondamentale
che domina ma non si vede, una grande assente la cui presenza vitale, intrinseca,
sotterranea, disegna in superficie una ragnatela di sintomi, segni, ricordi, in
un’implicita, soffusa, implorante invocazione che sale dalla roccia che si sgretola,
dai tronchi rugosi degli ulivi secolari, dal rantolo delle cicale, dalla nostra
stessa bocca impastata e riarsa perfino in questa stagione: acqua! L’acqua fa un
percorso assurdo per arrivare fino a qui, incanalata dalle selve della Basilicata
nell’acquedotto più lungo al mondo per irrigare questa manciata di terra intensivamente
sfruttata spolverata su una lastra di roccia carsica.