lunedì 31 marzo 2014

Briciole di Campania

Un post dalla Campania che mi augurerei breve e intenso come il nostro passaggio nella Terra dei Fuochi.

Abbiamo attraversato il territorio glorioso e tormentato della Campania sul versante interno, lungo la direttrice pianeggiante che si incunea tra i rilievi a Sessa Aurunca, segue la valle del Volturno fino a Capua, costeggia la fertile zona dell’agro aversano incrociando Caserta e lambisce la piana del nolano condensata tra i monti del Partenio e il cono del Vesuvio. Finita la pacchia della pianura, ci siamo poi inerpicati fino ad Avellino addentrandoci nell’Irpinia.

« Ormai è vicina la Terra di Lavoro,
qualche branco di bufale, qualche
mucchio di case tra piante di pomidoro,
èdere e povere palanche.
Ogni tanto un fiumicello, a pelo
del terreno, appare tra le branche
degli olmi carichi di viti, nero
come uno scolo. Dentro, nel treno
che corre mezzo vuoto, il gelo »
(Pierpaolo Pasolini, La terra di Lavoro, Le ceneri di Gramsci, Garzanti 1957)

Solo una poesia può dare voce all’esuberanza vitale di questa terra nera e generosa, fitta d’erbe rigogliose e saporite, irta del biancore frantumato dei cumuli di monnezza stratificati come ere geologiche in uno spaccato impressionante della nostra incivile civiltà. Ma è pur sempre la terra più bella d’Italia, la Campania felix, dove «ai bei tempi con mezzo ettaro ci mangiava tutta la famiglia», che qui si intende ancora come la parentela allargata. La sua tragedia è dolce e antica come il suo suolo, atroce ed eterna come il Vesuvio stesso.
Anche gli abitanti locali assomigliano alla natura di queste parti: intensi, esuberanti e rapiti d’un’allegrezza struggente e fatalista; ardenti, sanguigni e vitali d’un’ospitalità fraterna e assoluta; tragici, sapidi e scanzonati d’una teatralità dignitosa e signorile.

A Carinola incontriamo una coppia indimenticabile, che accoglie con sorniona nonchalance partenopea l’apparizione del nostro accampamento nel giardinetto di casa: piantiamo infatti la tenda davanti a quella che sembra una scuola abbandonata, quando a un tratto, dietro una cortina scostata, compare il grumo di fumo e ilarità che è Elio. Tempo di un rapido e memorabile scambio di sguardi e battute ed esce Luciana, fornita di tutti i viveri della dispensa e dei deliziosi mandarini cinesi dell’orto domestico.


A Cicciano veniamo circondati da un vivace capannello di pittoreschi ciclo-attivisti che assistono Alessandro nella sostituzione delle pasticche dei freni.


Un incontro, sempre breve ma intenso, con l’insuperabile bontà della cucina partenopea, anch’essa passionale, esuberante  e assoluta, nel chiosco friggitoria di Leonardo, a Cancello Scalo.


E non poteva mancare un sospirato assaggio della pizza napoletana, offerta “A’ castelluccia” da Andrea, che ci ospita per la cena e per la notte raccontandoci del vient’e mare – il Libeccio che imperversa fuori – e  del vient'e terra – la Bora che spira dal Partenio –, del glorioso passato agricolo della zona, «che uno poteva campare andando a raccogliere le patate e gli altri ortaggi che cadevano dai camion stracarichi», del recente sfruttamento che è poi lo sfruttamento di sempre, del «tutto deve cambiare perché niente cambi, e così ai latifondisti si sono sostituiti in staffetta i commercianti intermediari e gli immancabili camorristi».

La stessa squisita ospitalità ci accoglie in Irpinia, terra dolceamara di campagne incontaminate e borghi sconosciuti, sfregiati dal terremoto del 1980 che rivive negli sguardi malinconici, nei visi asciutti, nei sorrisi intimiditi della gente che ci si avvicina cordiale e incuriosita. A Lioni, dalla nostra amica Antonietta, ci attendono i nostri caschi nuovi fiammanti, inviati da Alessandro della libreria di viaggi Il Manuale di Prato.

La nostra tenda a San Potito Ultra:



È quindi l’arte di arrangiarsi e di sopravvivere con dignità, buonumore e fantasia ciò che più d’ogni altra cosa i campani hanno assorbito da questo cielo denso di polline e di lapilli e di vita, da questa terra folta di humus e di lava e di vita, da questa verdura irripetibile, irriducibile e incorruttibile che si proietta grandiosa dalla terra al cielo, mai parsi altrove così vicini e incompatibili come in questo luogo, dove, colti nel delirio del loro verde amplesso, stanno sempre a toccarsi e scornarsi, bisticciare e fare l’amore.

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